| Corrado Gabriele |
Spesso si crede che agendo sull’onda dell’emotività si producano interventi poco incisivi, si tende a credere che la spinta dettata da contingenze momentanee si esaurisca dopo poco. Il progetto “Bambini di guerra e di Pace” è la dimostrazione pratica della violabilità di quest’assioma; nato infatti “sotto le bombe”, nell’estate 2006, in solidarietà con i bambini libanesi colpiti in quel periodo dai missili israeliani, “Bambini di Guerra e di Pace” ha coinvolto 500 bambini napoletani a cui gli organizzatori hanno fornito altrettante macchine fotografiche. I 500 occhi, puntati sul nostro territorio, hanno avuto la capacità di immortalare la metropoli in tutti i suoi aspetti, dai paesaggi suggestivi alle periferie degradate. Attraverso lo sguardo smaliziato dei bambini, Napoli è stata messa a nudo, osservata in tutti i suoi aspetti contradditori. Uno sguardo nuovo. che consente di inquadrare finalmente la città nella sua dimensione reale, non schiacciandone l’immagine né sulla Napoli da far west né sull’immagine cartolina. Nel progetto “Bambini di Guerra e di Pace” sono quindi nidificati più contenuti, più significati. Un veicolo di sperimentazione visiva e nel contempo un ponte interculturale, capace di avvicinare le periferie disagiate dell’occidente capitalistico ai contesti di guerra mediorientali. Per tali caratteristiche il progetto tende quindi ad innescare una nuova meccanica d’identificazione. Attraverso il coinvolgimento dei rappresentanti della comunità libanese a Napoli, si fa vettore di una nuova grammatica d’incontro culturale, linguistico e sociale, attraverso cui le nuove generazioni si ibridano, contaminando i percorsi formativi con l’obiettivo di edificare il comune linguaggio di cui purtroppo, e la continuità degli eventi bellici è li a dimostrarlo, si sente parecchio la mancanza. “Bambini di Guerra e di Pace” sembra quindi un ottimo modo d’innaffiare il terreno del dialogo e creare testimonianze stabili di una contaminazione culturale necessariamente propedeutica alle tanto attese stagioni di dialogo e d’incontro. Dopo 60 anni di guerre continue, dopo che la vita di tanti giovani è stata sacrificata, dopo che gli esperimenti diplomatici più astrusi sono deflagrati sotto l’incalzare d’interessi economici e politici è probabilmente giunto il momento di riconsegnare la parola ai popoli che, alla luce di un’analisi antropologica neppure troppo profonda, risultano di gran lunga più vicini e dialoganti se paragonati alle rispettive classi dirigenti. Una nuova stagione diplomatica quindi. Un diplomazia dei movimenti, come l’ha defintia il Presidente della Camera Bertinotti all’indomani della liberazione di Daniele Mastrogiacomo. È probabilmente questo il percorso che mancava e, viste le ultime vicende internazionali, sembra la strada maggiormente foriera di risultati incisivi. Una diplomazia partecipativa, che attraverso il ruolo delle Associazioni e delle reti di attivismo ci consegna un nuovo ventaglio di interventi possibili, un allargato e rinnovato spettro di azioni culturali, che partono dal ruolo attivo delle organizzazioni che agiscono nei territori di guerra e giungono nelle metropoli occidentali, collegandosi alle associazioni come Doppiowu. Si tratta di una dinamica complessa, non nei termini della difficoltà di analisi del processo, ma piuttosto per la molteplicità di punti da cui va sostenuta questa rinnovata azione socio culturale. Una parte centrale è consegnata alle Istituzioni, non solo per il ruolo di indirizzo e gestione, ma per la funzione reticolare di ascolto del territorio che tutti noi dobbiamo avere l’ambiziosità di inseguire. Collegare quindi i progetti come “Bambini di Guerra e di Pace” con gli interventi di cooperazione decentrata. Creare comuni solchi di analisi e laboratori di ibridazione, che trasformino il dialogo interculturale in una necessità imprescindibile, senza il quale nessuna equazione diplomatica, seppur progressista e innovativa come quella messa in campo dal Governo Prodi, può avere una reale incisività. Siamo infatti di fronte alla implosione di una logica bellica che ha trovato il suo punto apicale nella dottrina degli attacchi preventivi e che oggi mostra in toto la propria inefficacia. Si apre probabilmente una fase in cui il baricentro politico è una rinnovata forma di dialogo, che deve disringuersi per l’accettazione e il rispetto reciproco. “Bambini di Guerra e di pace” è opportunamente impregnato di questa logica rinnovata, perché consegna ai diretti protagonisti la possibilità di raccontarsi, edificando dal basso una nuova legittimità per le vittime delle guerre, che sono i veri protagonisti delle vicende belliche.